Le cacciatrici donne: “Portiamo maggiore sensibilità nel mondo venatorio”
Ilenia Paggi è coordinatrice del gruppo di cacciatrici della provincia nato due anni fa “Il rispetto per l’animale e la natura è fondamentale. Su di noi tanti pregiudizi”.
Articolo – Non solo caccia. Ma anche salvaguardia della biodiversità, pulizia del territorio e attività di tutela dell’ambiente. “Vogliamo portare nel mondo venatorio maggiore sensibilità”, spiega la coordinatrice delle cacciatrici Federcaccia provincia di Macerata, Ilenia Paggi. Il gruppo, nato un paio di anni fa a una cena tra donne unite dalla stessa visione, è molto variegato, per età e professioni. Valeriya Sokha, 26 anni di Montecosaro, operaia in un’azienda calzaturiera, fa parte del coordinamento Giovani Fidc; ha iniziato a 12 anni col tiro a volo e ha scoperto il mondo venatorio nel 2022, tramite alcuni amici. Stefania Natali, 54 anni, laureata in Scienze politiche e relazioni internazionali, è un’agente immobiliare di Matelica, mamma di due figlie e nonna di una bimba; ha preso la licenza seguendo la passione del suo compagno. Silvia Fava, 30 anni di Potenza Picena, mamma di due bambine, invece viene da una famiglia di cacciatori. E ancora, Barbara Bonifazi, 36 anni di Camerino, al timone di un’azienda agricola. Le sorelle Eleonora e Pamela Cocilova, 43 e 44 anni, di Cingoli, praticano la caccia da 4 anni.
Sabina Trasatti, associata al Comune di Caldarola ma residente a Porto Sant’Elpidio, nasce come amante della razza Setter: ha partecipato a campionati di bellezza con questi cani, ottenendo anche ottimi riconoscimenti alle gare cinofile. Da questo ambito, poi, si è avvicinata a quello venatorio. Infine la coordinatrice, Paggi, membro del consiglio provinciale. Ha 35 anni, è originaria di San Severino ma vive a Monte San Giusto. Titolare dell’azienda agricola Ponte Tavole, è mamma di un bimbo di due anni; ha preso la licenza nel 2023 e ha partecipato alla sua prima stagione venatoria quando era in dolce attesa.
Ilenia Paggi, come si è avvicinata a questo mondo? “Di base sono un’amante della natura. Ci lavoro e diverse passioni, come la pesca e la raccolta di funghi, mi permettono di stare all’aria aperta. Anche mio suocero va a caccia, ma mi sono avvicinata a questo mondo soprattutto guardando i video di Giulia Taboga, una giovane cacciatrice friulana e influencer, che racconta le sue giornate in Italia e all’estero. Mi ha fatto vedere la caccia in modo diverso, per rispetto, eleganza, responsabilità, sensibilità. La caccia può e deve essere una pratica etica e sostenibile”.
In che modo? “Rispettando il calendario venatorio, le regole, le zone protette e il numero di prelievi (ovvero il numero di capi abbattuti, ndr)”.
Ma come si coniuga l’amore per la natura con la caccia? “Il rispetto per l’animale e la natura è fondamentale. Non bisogna lasciare traccia del proprio passaggio, non distruggere l’habitat, essere “invisibile”, non toccare rami né piante. Io ad esempio, ad ogni battuta di caccia, mi riporto a casa le mie cartucce e le cartacce degli altri che trovo in giro; mi è capitato anche di dover allertare la polizia provinciale e le guardie venatorie per la presenza di rifiuti più ingombranti, come pneumatici e frigoriferi. Poi ci occupiamo di conservazione del territorio per la salvaguardia della biodiversità degli animali, mantenendo e ripristinando l’habitat: è necessario conoscere le loro abitudini per assicurare la riproduzione. Alcuni cacciatori creano zone ad hoc per favorire la nidificazione degli uccelli acquatici”.
Lei dice che la “caccia sostenibile va di pari passo con la conservazione”. Perché? “Ora sto effettuando il censimento del colombaccio e della tortora selvatica, mentre un mese fa avevamo fatto quello del cinghiale e del capriolo. Basti pensare a quest’ultimo animale: se non c’è un tot di esemplari, il prelievo non si apre. Inoltre ci dedichiamo alla pulizia del territorio e ad attività di tutela ambientale. Ad esempio ad aprile, con Fondazione Una “Paladini del territorio”, abbiamo partecipato alla pulizia delle fonti rurali, abbeveratoi essenziali per tutta la fauna selvatica ma anche simboli della storia del paese”.
Perché avete deciso di creare il gruppo delle cacciatrici? “Ognuna di noi pratica una caccia diversa, io al colombaio, altre alla lepre, altre ancora partecipano alla braccata (caccia collettiva, in squadra, al cinghiale) e fanno gare cinofile insieme. Vogliamo far capire che c’è un altro modo di vedere la caccia: non è più la caccia di 50 anni fa, c’è maggior rispetto delle regole e degli animali. Abbiamo un coordinamento femminile regionale e nazionale molto attivo, che svolge anche campagne di sensibilizzazione e raccolte fondi per enti benefici come la Lega del Filo d’Oro. Come cacciatrici maceratesi, in programma c’è l’apertura di un canale social, anche per fare rete e aggregazione. Siamo aperte a nuove adesioni”.
Ci sono ancora pregiudizi? “Tra uomo e donna, nella caccia, no. Anzi, ho sempre trovato collaborazione e aiuto, in particolare da chi ha più esperienza di me. Invece tra chi è cacciatore e chi non lo è ci sono ancora molti pregiudizi. Ad aprile in Umbria sono morti due gemelli cacciatori, folgorati mentre stavano addestrando i loro piccioni da richiamo. I commenti che ho letto sotto la notizia erano di una violenza inaudita, come se i due giovani meritassero quella fine per il fatto di essere cacciatori. C’è ancora molta disinformazione. Il nostro obiettivo quindi è fare anche chiarezza sul nostro ruolo”.
