Racconti di ricordi di Caccia

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Credetemi, non è difficile, scovare nel mio cervello un racconto, reale, che ogni volta che ti viene in mente ti fa ritornare giovane, in quegli anni, in cui la caccia era qualcosa che ti sconvolgeva il tuo vivere. A quel tempo ero felicemente sposato con Concetta, che avevo conosciuto, beata gioventù, l’ultimo anno, dei sei all’Istituto Statale d’arte di Marino, in provincia di Roma, mia cittadina natale, che ha arricchito la mia vita con nascita di tre splendidi figli, che a loro volta mi hanno regalato tre nipoti super. Il servizio militare di allora, da novembre del 1961 a fine marzo del 1963, mi ha rubato tanta gioventù, tante cose belle, ma ha arricchito la mia persona di tutte le positività che si anno a 21 anni. Appena finito il servizio militare sono andato come da legge, a far timbrare il congedo alla stazione Carabinieri di Marino, ed al ritorno notai che sul portone d’ingresso di palazzo Matteotti, stava seduto su una sedia al fresco, l’allora Commissario di P.S. di Marino. Mi avvicinai con la cautela del caso, e gli dissi che volevo prendere la licenza di caccia. Mi chiese soltanto una cosa se avevo svolto il servizio militare, gli mostrai il congedo appena vidimato, la sua risposta fu “ vai in ufficio vedi la somma da pagare, la riconsegni e stasera vieni a prendere la licenza. Questo succedeva il 20 marzo del 1963 in tre ore diventai cacciatore regolare. Di certo non mi serviva nessuna scuola, essendo nato cacciatore, figlio di cacciatore e fratello di cacciatore. La caccia chiudeva il 31 marzo, potei però in quei pochi giorni gustarmi per intero cosa significava essere diventato cacciatore, con un fucile tutto mio, anche se prestato dal compare. Ho fatto questa introduzione per dire a chi legge la differenza tra allora e oggi, per ottenere la licenza di caccia, i calendari venatori, l’entrata a gamba tesa della politica sulla caccia che ha portato alla caccia attuale, allo sfascio. A caccia si andava tutti i giorni. Passano gli anni e una sera come tante, era l’anno 1979, poiché mi ero beccato da qualche tempo con l’armiere di Marino, andai a fare provviste di cartucce dall’armiere Rossi di Albano, con il quale avevo stretto un rapporto di amicizia, Armeria che ancora oggi regge, come poche nei Castelli Romani. Al mio saluto, tutti zitti, qualcuno disse c’è il marinese, riuscii però a captare, dagli amici presenti, all’interno, che c’era stato un grosso passo di marzaiole nel litorale di Torvaianica/Ardea. Volevo sapere di più ma un mutismo assoluto scese nell’Armeria, usci, feci finta di andarmene, rientrai all’improvviso, giusto per sentire l’orario di partenza da Albano fissato per l’una di notte. Peppino il proprietario rideva, anche Giorgio soprannominato “Pochino” mai saputo il perchè di questo soprannome che pero andavano molto di moda rideva. Torno a casa con l’auto di allora la 500, preparai ogni cosa, il mio Breda a 7 colpi cartucce adeguate per qualità e quantità, stampi e tutto l’occorrente per passare la nottata in palude. Misi la sveglia a mezzanotte ma non riuscì a chiudere occhio, quello che mi aspettava era un giorno da favola, almeno così lo immaginavo. Partì da Marino a mezzanotte e venti, arrivo trovo tutto libero anche il posto auto, a 200 metri dal capanno che qualcuno aveva preparato nei giorni precedenti. Mentre ero intendo a sistemare gli stampi, vedo le luci di un’auto che si avvicina, lo sbattere dello sportello, un‘imprecazione. Sento chiamare a voce alta, “Marinè” rispondo e dico chi sei? So Giorgio, Giorgio Pochino. Lo invitai a venire al capanno insieme a me anche in considerazione che erano le due di notte e aspettare l’alba da soli era davvero dura. Dico che non è stato un gesto di cortesia, ospitandolo, soltanto che la notte è lunga, se non si sta a letto. Cominciammo, dopo avermi sorbito un pò di parole non dolci, un pò a fantasticare e ridere su quanto successo, non vedevamo l’ora che sorgesse l’alba. Devo riconoscere che Giorgio il Pochino era un grande conoscitore di quel tipo di caccia, che non ammette errori. Poco prima dell’alba arrivarono i soliti furbi, che anziché passare la nottata in palude, avevano preferito dormire, si collocano senza alcuna copertura al centro della palude, e come sempre succede, sono stati loro i primi a sparare. Giorgio che mal sopportava queste prepotenze, imprecava contro di questi, addirittura imprecò contro di me perchè avevo preso il capanno sbagliato. Io sono sempre stato nella vita un ottimista nato e questo ottimismo l’ho trasmesso anche ai miei figli. A dire il vero però cominciai anche io ad imprecare e rimpiangere quel letto che avevo abbandonato così presto e che queste ore potevo dedicarle ad attenzioni maggiori della mia lei. All’improvviso nell’aria si udì un bacio, classico del beccaccino, e con tutto che stava al limite di tiro gli sparammo 6/7 colpi e questa preda favolosa cadde ferito ad un centinaio di metri. Il Pochino disse vado io a raccoglierlo, ricaricò il suo Breda lo appoggiò al capanno, io feci lo stesso, avevo a disposizione due fucili con 14 cartucce all’interno. Sentì un fischio modello pecoraro, mi girai verso Giorgio, lo vidi lungo per terra che mi faceva segno di guardare dalla parte opposta di dove stavo guardando. Fu così che vidi una immensità di marzaiole, che puntavano dritte sul mio capanno.

Marzaiole in volo foto di Claudio Cortesi.

Imbracciai il mio fucile e quando furono a tiro feci fuoco. Per una frazione di attimo dopo sparato ho visto un vuoto creato dal colpo, subito riempito dalle altre marzaiole. Scaricai il mio fucile, presi quello di Giorgio e scaricai anche quella alle malcapitate marzaiole che ancora mi giravano sulla testa, qualcuna già ferita, altre prese da quelle cadute che diventarono dei richiami favolosi. Ne raccogliemmo una ventina, poi sparammo ancora ad altri acquatici, poi il Pochino doveva andare al lavoro, dividemmo i capi abbattuti, io sono rimasto sul posto fino alle tre di pomeriggio, a sparare a quelle ferite che ogni tanto per respirare mettevano il becco fuori dell’acqua. Alla fine della giornata il sedile posteriore della mia 500 era occupato da tre file di selvaggina abbattuta. Quanto arrivai a Marino mi fermai in piazza dove c’era l’armeria ed il povero Federico, che ha già lasciato questa terra, mi disse scherzosamente, ma non troppo, se ero stato al supermercato. Gli risposi che ero stato a caccia. Oggi rimpiango quelle giornate, oggi che occupo un posto importante nell’associazionismo venatorio, ho un solo rimpianto, non aver lasciato a Federico, mio nipote questa caccia, il figlio Giordano qualcosa ne ha goduto. Perché quella era la caccia, che tutti amavano ed apprezzavano, mondo agricolo compreso. Dovrei anche dire di chi sono le responsabilità per aver ridotto la caccia in questo stato, certamente lo farò in altra occasione che non mancherà di certo, ho detto sopra che sono un ottimista per natura, oggi a 78 anni e mezzo, sono ancora sulla breccia e spero di rimanerci per ancora tanto tempo. Alla faccia di chi ci vuol male.

Romano Buzi

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